Nel tardo pomeriggio di lunedì 15 settembre, i proiettili, che hanno stroncato la vita dell'ex capo della Polizia Civile di San Paolo, Ruy Ferraz Fontes, a Praia Grande, non hanno ucciso soltanto un uomo di 63 anni, colpendo, nello spazio di alcuni spari, decenni di lotta contro il crimine organizzato e facendo risalire alla memoria una verità amara pronunciata più di tre decenni fa dal giudice Giovanni Falcone: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno».
Ruy Ferraz Fontes non è stato semplicemente l'ennesima vittima della violenza criminale brasiliana, quanto, piuttosto, l'epilogo prevedibile di una traiettoria che sembra ricalcare, in modo inquietante, la saga di tanti magistrati, carabinieri e poliziotti antimafia uccisi dal crimine organizzato nell'Italia degli anni Ottanta e Novanta. Così come Falcone e Paolo Borsellino furono sistematicamente isolati dal sistema che rappresentavano, Ferraz Fontes sembra essere stato progressivamente dimenticato dalle istituzioni che un tempo aveva comandato.
L’ex capo della Polizia Civile di San Paolo ha avuto un ruolo centrale e pionieristico nella lotta contro il Primeiro Comando da Capital (PCC), essendo stato uno dei primi investigatori a mappare la struttura e le attività della fazione criminale in Brasile. Ferraz Fontes ha combattuto contro il PCC per più di quaranta anni, anche negli anni 2000, quando il gruppo cominciava la sua decisiva fase di espansione, mentre il governo statale esitava a riconoscerne la stessa esistenza.
Oltre a quanto già osservato, l’ex delegado Ruy è stato responsabile di azioni che hanno portato all'arresto e all'incriminazione di importanti leader del PCC. Ha ideato il progetto che ha concentrato tutte le leadership del gruppo nel carcere di massima sicurezza di Presidente Venceslau (San Paolo), una misura strategica volta a indebolire l'organizzazione, cercando di rimediare all’errore, commesso nel passato, quando le autorità carcerarie di San Paolo decisero di trasferire gli integranti della facção in vari stati brasiliani, permettendo in tal modo il radicamento del Primeiro Comando da Capital anche al di fuori del proprio luogo di fondazione. Fu da allora, ad esempio, che il PCC mise radici nel Paraná, oggi crocevia fondamentale per quanto concerne il traffico di stupefacenti e le varie attività legate al riciclaggio di capitali illeciti.
A causa di queste decisioni e indagini, dal 2006, Ferraz Fontes era stato decretato di morte dalla fazione criminale, come ha ricordato nei giorni scorsi il procuratore anti-PCC del Ministero Pubblico di San Paolo, Lincoln Gakiya. Anche dopo avere lasciato la guida della Polizia Civile, l’ex delegado continuava a rappresentare una minaccia per il PCC grazie al suo storico e alla conoscenza approfondita delle sue operazioni, in particolare nella Baixada Santista (litorale dello stato di San Paolo), autentica roccaforte dell’organizzazione.
Nel 2019, a capo della Polizia Civile, fu tra coloro che decisero il trasferimento di Marcos Herbas Camacho, alias Marcola, in un istituto penitenziario federale. Pur senza voler formulare ipotesi riguardo ai possibili mandanti di questo omicidio, va detto che le recenti dichiarazioni della difesa di Marcola sembrano confliggere con l’essenza dell’agire del PCC.
Ciò che sembra verosimile, stante l’incomunicabilità di Marcola detenuto in un carcere federale, è che la decisione di uccidere Ferraz Fontes può essere stata presa dalla facção in un passato relativamente lontano, mentre l’esecuzione, pianificata dalle alte Sintonie del PCC attualmente in libertà, può essere stata decisa in tempi assai più recenti.
Chi conosce il modus operandi del Primeiro Comando da Capital sa che, per la realizzazione di un omicidio di questa portata, è necessario che si diano specifiche condizioni, quali, prima di tutto, l’aumento della vulnerabilità del soggetto da colpire (Ferraz Fontes era solo, senza scorta e senza auto blindata) e qualcuno, all’interno della facção, in possesso delle ‘capacità’ per essere in grado di svolgere un’azione del genere, conforme quanto stabilito nella terza versione dello Statuto del Primeiro Comando da Capital, come anche ricordato in questi giorni dallo specialista in crimine organizzato Diorgeres de Assis Victorio su Linkedin.
Le parole di Giovanni Falcone acquisiscono una dimensione tragica quando applicate al contesto brasiliano. Il magistrato siciliano, ucciso il 23 maggio 1992 nella Strage di Capaci, aveva compreso che il vero pericolo non risiedeva soltanto nella furia omicidiaria di Cosa Nostra, ma - e forse più - nel progressivo allontanamento delle istituzioni da coloro che osavano affrontare il potere mafioso parallelo.
Falcone sperimentò sulla propria pelle il peso dell'isolamento istituzionale. I suoi metodi innovativi nella lotta a Cosa Nostra, ampiamente riconosciuti all'estero, in Italia erano spesso visti con diffidenza da tanti, troppi suoi colleghi. La frase: «Giovanni Falcone aveva ragione», oggi quasi un luogo comune, in maniera beffarda - e perciò molto italiana - prese forza soltanto dopo la sua morte.
In Brasile, Ruy Ferraz Fontes percorse un cammino, per certi versi, simile a quello del magistrato palermitano. Le sue indagini contro il PCC, iniziate negli anni Novanta, quando la fazione di San Paolo era ancora un gruppo strutturantesi all'interno del sistema carcerario, lo trasformarono presto in uno dei più fini conoscitori dell'organizzazione. D'altro canto, tale approfondita conoscenza contribuì in misura decisiva a farne un bersaglio, senza che lo Stato, una volta in pensione, sia stato capace di offrirgli una protezione proporzionale al rischio assunto.
Il parallelismo tra i casi italiano e brasiliano sembra, dunque, rivelare una costante inquietante: la tendenza delle istituzioni ad allontanarsi da coloro che si espongono nella lotta contro il crimine organizzato. Questo atteggiamento da parte dello Stato, che potremmo definire "sindrome dell'eroe scomodo", si è manifestato, storicamente, in diverse forme.
Nel caso di Falcone, il processo di marginalizzazione ha tappe ben documentate. Il primo elemento fu la scelta del Consiglio Superiore della Magistratura, che il 19 gennaio 1988 gli preferì Antonino Meli per la nomina a consigliere istruttore presso la Procura di Palermo. Nel suo ultimo intervento pubblico, il 25 giugno 1992, a distanza di un mese dalla Strage di Capaci, nell’atrio della Biblioteca Comunale di Casa Professa (Palermo), Paolo Borsellino ricordò come «il paese, lo Stato, la magistratura, che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò (...) a farlo morire (Giovanni Falcone) il 1° gennaio del 1988».
Successivamente, con l’arrivo di Pietro Giammanco come procuratore capo di Palermo nel giugno del 1990, aumentò il clima di tensione interna e si accentuarono i contrasti istituzionali che resero più difficile per Falcone condurre le indagini come in precedenza. In questo contesto di isolamento, il magistrato palermitano accettò l’offerta del ministro Claudio Martelli di trasferirsi a Roma e il 13 marzo 1991 fu nominato Direttore degli Affari Penali presso l’allora Ministero di Grazia e Giustizia.
Ruy Ferraz Fontes sperimentò un processo differente, tuttavia, non troppo dissimile da quello di Giovanni Falcone per il senso di solitudine che suggerisce. Pensionato, aveva trovato una nuova collocazione nel Comune di Praia Grande – comune, sia detto soprattutto per i lettori italiani, ad alta densità criminale, essendo una delle roccaforti del PCC sul litorale di San Paolo – dove aveva assunto l’incarico di Segretario Amministrativo. Parimenti, l’ex delegado continuava ad essere una figura identificata, dal punto di vista pubblico, con la lotta al Primeiro Comando da Capital. Anche a causa di questa percezione, l'assenza di protezione adeguata suggerisce una gravissima negligenza da parte delle istituzioni.
L’incarico che al presente svolgeva a Praia Grande potrebbe essere anch’esso all’origine dell’omicidio o averne accelerato la realizzazione, considerando che, tra le funzioni svolte dall’ex capo della polizia di San Paolo, vi era anche quella di analizzare le possibili irregolarità per quanto concerneva le gare di appalto. Un settore, questo, dove, come evidenziato da molte indagini recenti, si ha una massiccia infiltrazione di soggetti facenti parte o direttamente legati al PCC.

(Da sinistra a destra: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonino Caponnetto)
La solitudine menzionata nella citata frase di Giovanni Falcone non è da intendersi tanto come un qualcosa di fisico, denotando, piuttosto, una condizione istituzionale, sociale e psicologica. È la solitudine di chi cerca prove e connessioni, che pochi vogliono comprendere (specialmente tra i colleghi del “Palazzo dei Veleni”, nel caso di Falcone), di chi conosce i meccanismi interni di organizzazioni, che preferiscono rimanere invisibili, pur se o, forse, proprio perché incistate all'interno del tessuto economico-sociale.
Più ancora, è la solitudine di chi percepisce che il sistema in difesa del quale ha lottato per decenni potrebbe non essere disposto ad offrire tutta la protezione, di cui questi ha bisogno, quando tale protezione diventa necessaria. E qui il discorso si potrebbe ampliare sino abbracciare anche il ‘sacrificio’ di Paolo Borsellino…
Ferraz Fontes, secondo testimonianze di persone a lui vicine, aveva espresso preoccupazioni per la propria sicurezza nelle settimane precedenti il proprio assassinio. Un tipo di inquietudine che riflette un modello identificato in diversi casi simili: la percezione acuta del pericolo combinata con la sensazione di abbandono, in questo caso istituzionale.
Secondo l'articolo firmato da Aline Ribeiro per il giornale O Globo e pubblicato il 16 settembre 2025, tre settimane prima dell'esecuzione, l’ex capo della Polizia Civile di San Paolo aveva dichiarato: «Chi mi protegge? Io abito da solo, vivo da solo qui a Praia Grande, che significa vivere letteralmente in mezzo a loro (soggetti appartenenti al PCC). Per me è molto difficile. Se fossi un poliziotto in servizio me ne importerebbe poco, perché avrei i mezzi per difendermi. Oggi, invece, non ho alcuna protezione».
Nonostante queste critiche all’assenza di un apparato di sicurezza statale in grado di difenderlo da possibili attentati, Ferraz Fontes non aveva mai presentato richiesta per la riassegnazione della scorta – ciò che gli spettava di diritto quando era un poliziotto in servizio –, come dichiarato nei giorni scorsi dalla Segreteria alla Sicurezza Pubblica di San Paolo. Il governatore Tarcísio de Freitas, a sua volta, ha detto che proporrà modifiche alla legge, affinché le autorità, che abbiano svolto un ruolo rilevante nella lotta al crimine organizzato, possano usufruire di adeguata protezione anche dopo aver lasciato l’incarico. E senza farne esplicita richiesta, si spera…
Per comprendere pienamente la dimensione della minaccia affrontata tanto da Falcone quanto da Ferraz Fontes, è necessario analizzare le similitudini tra le organizzazioni criminali che hanno combattuto nel corso della loro vita. Tanto Cosa Nostra siciliana quanto il Primeiro Comando da Capital brasiliano sono strutture gerarchizzate, con codici interni rigidi e capacità di infiltrazione nelle istituzioni statali, economiche e finanziarie.
Il PCC, fondato nel 1993, ha sviluppato nel corso di tre decadi una sofisticatezza organizzativa che rivaleggia con le tradizionali mafie italiane. La sua capacità di ordinare esecuzioni, controllare territori e stabilire "tribunali" interni per giudicare membri e rivali dimostra un livello di istituzionalizzazione, che trascende la criminalità comune.
La decisione di Ferraz Fontes di trasferire Marcola in un carcere federale rappresentò, senza dubbio, un colpo significativo nella struttura di comando della fazione. Nella logica di organizzazioni criminali gerarchizzate, un tale affronto esige sempre una rappresaglia esemplare, non soltanto intesa e da intendersi come vendetta, quanto, e più ancora, quale dimostrazione di potere al fine di scoraggiare future azioni simili da parte dello Stato.
Un aspetto particolarmente inquietante nel caso Ferraz Fontes, qualora seguissimo la linea investigativa del decreto di morte formulato nel passato, è costituito dall'intervallo temporale tra la presunta offesa (il trasferimento di Marcola nel 2019 o addirittura qualcosa che risale al 2006, se prendiamo come riferimento le parole del procuratore Lincoln Gakiya) e l'esecuzione della vendetta (settembre 2025).
Questo iato di sei anni o più, dimostra la capacità di pianificazione a lungo termine del Primeiro Comando da Capital e la sua disposizione ad aspettare il momento più propizio per agire – in particolare, quando il bersaglio diventa più accessibile e quando all’interno del sodalizio criminale sono incontrati i soggetti atti a poter svolgere una data, complessa, missione, come può essere l’omicidio di un alto funzionario della polizia.
Giovanni Falcone aveva identificato questa caratteristica nella mafia siciliana: la pazienza di aspettare anni prima di eseguire una vendetta, scegliendo il momento di maggiore vulnerabilità (ossia solitudine) della vittima. Nel caso dell’ex delegado, questo momento può essere arrivato con il suo pensionamento e la conseguente riduzione delle misure di sicurezza.

(Il luogo dell'esecuzione dell'ex capo della polizia Ruy Ferraz Fontes)
La tragedia di Ruy Ferraz Fontes sembra rivelare che le lezioni impartite dall'esperienza italiana non sono state adeguatamente assimilate dagli organi di pubblica sicurezza e dal sistema di giustizia brasiliano. Più di tre decenni dopo gli assassinii di Falcone e Borsellino, continuiamo ad assistere allo stesso schema: magistrati ed esponenti delle forze dell'ordine lasciati progressivamente soli e alla fine eliminati da quelle organizzazioni che hanno combattuto per decenni.
Questa ripetizione storica suggerisce che il problema trascende i fallimenti operativi specifici, indicando deficienze strutturali nel modo in cui gli Stati democratici, nel passato e nel presente, hanno concepito, concepiscono e implementano la protezione dei loro servitori più esposti alla vendetta della criminalità organizzata.
L'eco delle parole di Giovanni Falcone nella morte di Ruy Ferraz Fontes non deve essere interpretato soltanto come una tragica coincidenza, ma come un monito per ripensare le strategie di protezione di autorità statali in Brasile.
La solitudine che, prima lentamente e metaforicamente, uccise Falcone e a distanza di meno di due mesi l'amico fraterno Paolo Borsellino, e che ora ha stroncato la vita di Ferraz Fontes non è un destino inesorabile, ma una scelta politica che può e deve essere invertita. Lo Stato brasiliano ha davanti a sé l'opportunità di rompere questo ciclo perverso, implementando meccanismi efficaci di protezione che riconoscano il carattere di lungo periodo delle minacce del crimine organizzato.
La memoria di Ruy Ferraz Fontes non deve servire soltanto come omaggio a coloro che sono caduti, ma, come già avvenne in Italia in seguito alle stragi di mafia del biennio 1992-1993, quale chiamata per un'azione multisfaccettata da parte dello Stato, che in Brasile dovrebbe contemplare politiche di giustizia sociale e carcerarie tali da non favorire, ancora una volta, il rafforzamento o la nascita di facções, oltreché indagini approfondite al fine di comprendere l’effettivo grado di infiltrazione del crimine organizzato all’interno delle istituzioni, in particolare nelle istituzioni locali.
Alla luce di quanto sin qui sostenuto, appare plausibile che, fermo restando la già emessa sentenza di morte, possa esservi stato un elemento accelerante, che ha tradotto l'antico decreto del Primeiro Comando da Capital in una esecuzione in pieno stile mafioso.
Le funzioni di Ferraz Fontes quale Segretario Amministrativo del Comune di Praia Grande trascendevano la mera gestione burocratica: dal gennaio 2023, il mandato affidatogli contemplava l'informatizzazione dei servizi pubblici, la semplificazione amministrativa e la gestione dei rischi all’interno del sistema comunale. In sostanza, l'ex capo della Polizia Civile era stato chiamato a modernizzare i processi che governano i flussi finanziari e le procedure d'appalto – settori notoriamente permeabili alle infiltrazioni del crimine organizzato. Tali delicati compiti sembrano anche chiarire, retrospettivamente, le motivazioni che possono avere indotto l'amministrazione di Praia Grande a scegliere una figura di così elevato profilo investigativo.
L’introduzione di processi trasparenti, digitalizzati e sottoposti a controlli rigidi, avrebbe quantomeno ridotto la capacità di penetrazione della criminalità organizzata per il tramite di società prestanome, intermediari privi delle necessarie autorizzazioni o attraverso la gestione informale di risorse pubbliche.
Così contestualizzata la morte dell’ex delegado viene ad assumere un duplice significato: epilogo di una vita dedicata al contrasto al Primeiro Comando da Capital e ferma volontà di combattere quella «zona grigia» politico-amministrativa, dove il malaffare prospera. Di qui, la domanda decisiva: quali strutture di potere criminale, riconducibili al PCC o eventualmente anche ad altri sodalizi legati alla facção di San Paolo, come già accaduto nel caso dell’omicidio di Vinicius Gritzbach, stava minando Ferraz Fontes nel suo nuovo ruolo di Segretario Amministrativo?
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Credit Photo: ISTOÉ Independente, Picryl.com, O Globo.
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