La cooperazione tra il Primeiro Comando da Capital (PCC) e il Cartello dei Balcani ha ridefinito per anni le rotte della cocaina tra il Sud America e l’Europa, finché il caso Zarko “Lika” Pilipović non ha messo a nudo la fragilità di questo particolare ingranaggio.
Nel settembre 2025, un comunicato attribuito al PCC è circolato su alcuni profili internet. Nel messaggio si chiamavano a raccolta gli integranti (irmãos) della facção, presenti nei diversi continenti, esortandoli a localizzare ed eliminare un individuo identificato come “Lika” (nome in codice), accusato di «rubare il crimine [ossia il PCC, N.d.A.]» e di «eliminare vite innocenti per denaro».
L’episodio non rappresentava soltanto uno dei tanti decreti interni di una organizzazione criminale ormai globalizzata, rivelando fratture profonde in una delle partnership più strategiche del narcotraffico contemporaneo: l’alleanza tra il PCC e i clan balcanici. Per quasi due decenni, questa collaborazione ha plasmato una rotta transatlantica che, almeno fino ad oggi, ha unito la produzione di cocaina nelle regioni andine alla sua distribuzione capillare nei mercati europei.
L’Operazione Trigger IX dell’Interpol, scattata nell’aprile del 2023, illustra bene la misura della rete costruita dalla fazione paulista nel corso dei decenni: oltre 14 mila arresti e migliaia di armi sequestrate in tutto il continente latinoamericano. Tra i fermati figuravano affiliati al PCC e membri del cosiddetto “Cartello dei Balcani”, a conferma della profondità delle connessioni transnazionali tra gruppi brasiliani e organizzazioni del sud-est europeo.
Secondo le indagini della Polizia Federale brasiliana e rapporti di sicurezza pubblica, la cocaina andina percorre una rotta sempre più sofisticata: una volta partita dal Brasile, attraversa l’Atlantico con scali in Africa occidentale e arriva, infine, in Europa attraverso porti “secondari” – Bosnia, Croazia, Romania e Turchia –, aggirando così hub pesantemente monitorati come Anversa e Amburgo.
La cooperazione tra il PCC e i clan balcanici si è consolidata a partire dal 2017, quando la fazione paulista ha stretto alleanze operative con la ’Ndrangheta e con gruppi serbi e albanesi specializzati nella ricezione e distribuzione di cocaina sul suolo europeo. In cambio, il PCC offriva accesso privilegiato ai porti brasiliani e una logistica portuale collaudata, necessaria per lo smistamento di grandi carichi.
È in questo contesto che emerge la figura di Zarko Pilipović, noto come “Lika”. Secondo documenti della Polizia Federale e reportage giornalistici, questi avrebbe agito come anello centrale tra il PCC e il cosiddetto “Clan dei Balcani”. Nel 2015, Pilipović venne arrestato nel porto di Santos, da anni snodo chiave per l’invio di droga verso l’Europa, con 172 kg di cocaina pronta per essere imbarcata. Nell’ottobre del 2024, dopo quasi un anno recluso presso la Penitenziaria Federale di Brasilia, Lika è stato liberato in seguito ad una decisione giudiziaria che ha ritenuto insussistente il suo legame con gli stupefacenti sequestrati.
Rapporti indipendenti indicano, inoltre, che criminali dei Balcani hanno stretto alleanze con il PCC e persino con le FARC colombiane per movimentare cocaina “a basso costo” dal Sud America all’Europa. La traiettoria criminale di Pilipović mostra, in maniera piuttosto netta, un pattern comune tra gli operatori balcanici: alta mobilità geografica, capacità di articolare reti in molteplici Paesi e abilità nel negoziare direttamente con i produttori sudamericani.
A differenza, per esempio, dei cartelli messicani, i clan balcanici agiscono per mezzo di strutture flessibili e in modo imprenditoriale, allestendo basi logistiche in Paraguay, Bolivia e Brasile e utilizzando società di comodo e rotte alternative per evitare l’individuazione dei carichi in partenza.

(In foto: Zarko "Lika" Pilipović)
Il “salve” del 25 settembre 2025 seguiva lo stilema classico dei comunicati del PCC: linguaggio imperativo, tono rituale e chiamata globale.
Accusando Lika di rubare cocaina e di omicidi non autorizzati, la fazione brasiliana non solo riaffermava la propria autorità interna, ma segnalava anche la portata transnazionale del proprio potere e di qui la capacità di imporre norme oltre il territorio brasiliano. La circolazione pubblica del comunicato ha provocato una risposta immediata da parte di gruppi balcanici, i quali hanno promesso di confiscare qualsiasi carico «riconducibile al PCC», denunciando il comunicato come un tentativo di eliminare un uomo innocente.
La contro-narrazione balcanica ha puntato sulla mobilitazione identitaria, evocando «onore» e «orgoglio», anche ampliando lo stesso raggio del conflitto effettivamente in atto. Chiamando all’unità serbi, albanesi, bulgari e croati, i comunicati hanno cercato di trasformare Lika in un simbolo di resistenza collettiva, mostrando come, nel crimine organizzato, guerre di carattere informativo (comunicati e repliche) possano arrivare a modellare decisioni logistiche e alleanze strategiche.
La replica del PCC ha intensificato la retorica, ampliando le accuse contro Lika, associandolo a furti e omicidi in Europa e annunciando blocchi nei confronti di operatori in Colombia, Venezuela ed Ecuador.
Questa escalation discorsiva sembra indicare che la disputa va oltre un singolo individuo e riguarderebbe il controllo delle rotte e la stessa credibilità all’interno del narcotraffico globale. Il riferimento a non meglio precisati «furti di materiali» riecheggia la logica interna della facção di San Paolo, all’interno della quale le violazioni della fiducia sono punite con violenza selettiva.
Parallelamente, i sempre più frequenti sequestri registrati nei porti di Santos, Paranaguá, Anversa e Rotterdam suggeriscono probabili riconfigurazioni di rotte e finanche possibili più estesi conflitti per il controllo logistico delle stesse. Oltre a ciò, dispute intra-balcaniche, sovrapposte alla tensione con il PCC, sembrano avere creato molteplici livelli di conflitto.
L’interdipendenza strutturale – il PCC come dominatore delle rotte sudamericane e i clan balcanici come gatekeeper in Europa – rende la cooperazione inevitabile ma fragile. La conseguenza è che il venire meno della relazione di fiducia può innescare ondate di violenza selettiva e riallineamenti geopolitici.
Parimenti, dietro la guerra di comunicati e accuse incrociate, sembra nascondersi un tema più profondo concernente il controllo dell’infrastruttura logistica che sostiene il traffico di cocaina su scala globale. L’enorme redditività delle rotte transatlantiche, stimata in decine di miliardi di euro all’anno, si fonda sul dominio di punti strategici lungo l’intera catena: dai terminal brasiliani di partenza fino ai porti europei di ricezione e distribuzione.
Il Primeiro Comando da Capital, che da anni controlla in modo capillare l’invio di cocaina da Santos, Itajaí e Paranaguá, rimane l’attore dominante sul versante sudamericano. Ciononostante, la presenza crescente dei clan serbi, albanesi e montenegrini all’interno dei medesimi porti indica un livello di cooperazione operativa molto più profondo di quanto appaia in superficie.
Le operazioni della Polizia Federale, tra il 2023 e il 2024, lo dimostrano: i carichi di cocaina sequestrati a Santos e Paranaguá, sebbene legati a operatori balcanici, sono transitati attraverso infrastrutture e canali che restano sotto l’influenza del PCC. Questo dato, più che segnalare una frattura, conferma un intreccio logistico consolidato, entro il quale gruppi balcanici e fazioni brasiliane condividono spazi, intermediari e metodi di occultamento.
Sul fronte europeo, i rapporti di Europol e EUDA descrivono una realtà analoga, evidenziando un adattamento logistico che ha portato ad una diversificazione delle rotte e a privilegiare i porti di Anversa e Rotterdam come hub centrali della distribuzione.
Allo stesso tempo, reportage dalla Bolivia raccontano di conflitti tra due fazioni balcaniche, non tra i balcanici e il PCC. Tra agosto e settembre di quest'anno, l’Agencia de Noticias Fides e il quotidiano El Deber hanno documentato scontri e sequestri legati alla disputa per l’acquisto di cocaina stoccata dal PCC con il serbo Luka Starcevic indicato come figura chiave nel tentativo di riorganizzare una delle due reti.
Tutto ciò può suggerire che il caso Lika non rappresenta una rottura sistemica, ma un momento di rottura in una cooperazione attraversata da tensioni interne, in cui gli attori balcanici si contendono accesso, influenza e margini di profitto all’interno di un meccanismo ancora dominato dal PCC. La collaborazione, quindi, continua ad esistere, ma in un equilibrio sempre più competitivo, dove la fiducia sembra essersi trasformata in convenienza tattica.
Le indagini più recenti confermano il ruolo del PCC come pivot logistico della rotta Bolivia–Brasile, mettendo, però, in luce come i clan balcanici abbiano ormai una presenza stabile nelle catene di trasporto, contribuendo a mantenerle efficienti e più difficili da monitorare. Analogamente, studi indipendenti condotti da GI-TOC hanno evidenziato che, nonostante le rivalità, persistono alleanze operative solide tra gruppi dei Balcani Occidentali e il PCC, basate su interessi logistici convergenti più che, verrebbe da aggiungere, su consolidate dinamiche di fiducia.
Per il Primeiro Comando da Capital, mantenere la centralità logistica significa continuare a dettare le regole del mercato: stabilire i prezzi, selezionare i partner e imporre gerarchie anche con la forza.
Per i clan balcanici, al contrario, l’obiettivo sembra essere quello di conquistare autonomia operativa contro il PCC e al tempo stesso accanto ad esso – un’autonomia, che permetta loro, per esempio, di trattare direttamente con i produttori boliviani, in tal modo riducendo la dipendenza senza rompere l’alleanza. Una tale ambizione darebbe ragione della retorica sempre più aggressiva adottata nei comunicati del Clan dei Balcani, che minaccia di confiscare ogni «grammo [di cocaina, N.d.A.] riconducibile al PCC», accusando la fazione paulista di pratiche predatorie.
Come riportato dal quotidiano britannico The Guardian, le reti dei Balcani Occidentali stanno oggi diversificando le loro operazioni, combinando spedizioni non containerizzate con porti di transito in Africa Occidentale, dove la containerizzazione locale consente di mascherare l’origine latinoamericana e reimmettere i carichi in Europa attraverso punti alternativi, quali, in particolare, Dakar, Capo Verde e le Isole Canarie.
In sintesi, più che un segnale di rottura, la disputa logistica tra PCC e Balcanici sembra rivelare la maturazione di un’alleanza pragmatica, complessa e instabile, dove competizione e cooperazione convivono nello stesso spazio. Un ecosistema criminale che non esplode, ma si ridefinisce continuamente, adattandosi alla pressione delle autorità e alle nuove opportunità del mercato globale.

(In foto: parte del comunicato del Cartello dei Balcani)
Come è facile intendere, le conseguenze di questa rottura vanno ben oltre il caso individuale di Zarko “Lika” Pilipović, trovandosi qui in gioco il più generale equilibrio di potere all’interno del perennemente instabile mercato globale della cocaina. L’interdipendenza tra il PCC e i clan balcanici, costruita nell’arco di due decenni, combinava, infatti, logistica brasiliana e distribuzione europea in un assetto reciprocamente vantaggioso. L’erosione di questa fiducia potrebbe innescare ondate di violenza selettiva, sabotaggi logistici e profondi riassetti nelle rotte del narcotraffico.
Una possibilità concreta è la formazione di nuove alleanze. Se isolati dal PCC, i gruppi balcanici potrebbero intensificare i legami con mafie italiane come la ’Ndrangheta, o persino con organizzazioni colombiane dissidenti delle FARC e dell’ELN, creando corridoi indipendenti tra Sud America e Mediterraneo.
Al contempo, fazioni rivali del PCC in Brasile potrebbero sfruttare la frattura per attrarre partnership balcaniche e contendersi spazio in porti strategici. La frammentazione del mercato potrebbe quindi condurre ad uno scenario più competitivo e violento.
Dal lato brasiliano, il PCC tenderà ad adottare strategie per riaffermare la propria egemonia, cercando di bloccare l’accesso dei Balcanici ai fornitori andini, facendo pressione sui gruppi produttori in Colombia, Perù e soprattutto Bolivia, affinché evitino transazioni fuori dal suo controllo? È possibile che la fazione paulista cerchi di espandere le proprie reti in Europa, riducendo la dipendenza dagli intermediari balcanici? Il riferimento, nel terzo comunicato, al coordinamento con reti in Colombia, Venezuela, Ecuador e Suriname sembra indicare proprio questo movimento di espansione strategica.
Nel medio periodo, il caso Lika può segnare un punto di svolta nella governance criminale transnazionale, perché, mettendo a nudo la fragilità di alleanze basate unicamente sull’interesse economico, evidenzia l’importanza di reputazione, fiducia e comunicazione nella regolazione dei mercati illeciti.
Oltre a quanto sin qui detto, la disputa sottolinea anche il ruolo crescente dell’informazione come arma: comunicati, fughe di notizie e campagne di disinformazione plasmano percezioni e strategie quanto la violenza fisica. Come argomenta Diego Gambetta nel suo studio classico sulla mafia siciliana, la credibilità è un asset centrale nel mondo criminale e la sua perdita può risultare più devastante di qualsiasi operazione di polizia.
Da ultimo, tre tipi di scenario sembrano delinearsi all’orizzonte. Il primo è una ricomposizione parziale dell’alleanza, con rinegoziazione dei termini e una più chiara delimitazione delle responsabilità logistiche. Il secondo è il consolidamento di una rottura definitiva, con creazione di rotte concorrenti e aumento dei conflitti armati, soprattutto nelle zone di produzione. Il terzo – il più probabile – è uno scenario ibrido, in cui cooperazione e conflitto coesistono in modo teso e variabile, modellati da interessi immediati e specifiche congiunture economiche.
Quale che sia l’esito, l’episodio conferma che il narcotraffico transnazionale contemporaneo è un ambiente dinamico, mutevole, profondamente interconnesso, dove le alleanze di oggi possono diventare le guerre di domani.

(In foto: un altro estratto del comunicato del Cartello dei Balcani)
Concludendo, possiamo osservare come il caso Lika abbia rivelato dinamiche centrali del crimine organizzato contemporaneo: l’internazionalizzazione crescente delle fazioni brasiliane, soprattutto il PCC, la presenza strutturale di reti balcaniche in Sud America e la fragilità di alleanze mosse da interessi economici di breve periodo.
Inoltre, rivela come la comunicazione – sotto forma di “salve”, contro-narrazioni e minacce pubbliche – sia ormai divenuta uno strumento di governance criminale, regolando, in assenza dello Stato, i mercati illeciti. Per questo, più che un conflitto limitato alla regione andina, una rottura più profonda tra il Primeiro Comando da Capital e il cosiddetto Cartello dei Balcani potrebbe produrre trasformazioni incisive nel narcotraffico globale stesso.
Mentre entrambe le parti cercheranno di ridisegnare rotte e partnership, il Brasile e i porti europei – soprattutto Anversa e Rotterdam – restano al centro di un gioco geopolitico in cui le alleanze possono trasformarsi in guerre e le guerre possono forgiare nuove alleanze da un momento all’altro.

(In foto: estratto del "salve" del PCC)
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Giunti a questo punto del presente articolo, urge, io credo, una precisazione con riferimento alle differenti famiglie criminali della ex Jugoslavia e a quelle albanesi.
Benché spesso riuniti dalla stampa sotto la definizione generica di Cartello dei Balcani, i gruppi originari della ex Jugoslavia e quelli albanesi rispondono a logiche organizzative differenti. Le reti serbe, montenegrine o croate operano secondo modelli “a progetto”, con cellule leggere e modulari capaci di formarsi e sciogliersi in funzione di singole spedizioni o operazioni finanziarie. Questi network si strutturano intorno a figure di broker logistici e facilitatori internazionali, spesso con base tra Santos, Rotterdam e Valencia, che coordinano partnership temporanee, anche tra gruppi rivali come i due clan montenegrini dei Kavač e degli Škaljari.
Entro questo quadro, un discorso a parte va fatto con riferimento alle organizzazioni criminali serbe, le quali presentano tratti distintivi che si riconnettono alla fase di disgregazione della ex-Jugoslavia. Numerosi combattenti e membri di unità paramilitari, formatesi nella guerra degli anni ’90, hanno poi dato vita a nuove strutture illecite, applicando la loro esperienza militare alla assai più redditizia gestione dei mercati criminali globali. In particolare, ricerche recenti affermano che «durante le guerre jugoslave, le formazioni paramilitari si trasformarono in gruppi criminali» in Serbia.
Questa transizione dall’ambito militare, poi paramilitare e infine criminale ha facilitato l’accesso a due mercati chiave: da un lato quello delle armi, grazie alle conoscenze e alle reti logistiche quando ancora operavano come milizie; dall’altro quello della cocaina, con il successivo ingresso nei traffici sudamericani. Mercato, questo, dove tali individui e gruppi sono entrati, spesso partendo dall’ambito militare, occupandosi della sicurezza di narcotrafficanti locali.
Con il tempo, queste strutture non si sono limitate a narcotraffico e contrabbando, perché gli alti profitti derivanti dallo spaccio di stupefacenti hanno reso inevitabile il “salto” al riciclaggio di denaro. Di conseguenza, le organizzazioni criminali serbe operano oggi su un terreno ibrido fatto di un mix di esperienza paramilitare, reti transnazionali, traffici di armi e stupefacenti, e sofisticati sistemi di riciclaggio.
Nel più ampio quadro dell’articolazione delle reti attive nel narcotraffico globale, le caratteristiche menzionate forniscono ai gruppi criminali serbi cospicui vantaggi competitivi, quali: capacità logistica, know-how “militare” e accesso a mercati illegali già strutturati, rendendoli partner appetibili (e al contempo potenzialmente rivali) per attori criminali come il Primeiro Comando da Capital.
In conclusione, le formazioni nate dalla ex Jugoslavia sembrano privilegiare la flessibilità, l’adattabilità e la rapidità decisionale, in particolare le orcrim serbe; caratteristiche che, pur in una misura differente, possiamo ritrovare nella quasi totalità delle fazioni (facções) brasiliane.
Diversamente, le organizzazioni albanesi, più simili come struttura a quelle montenegrine, conservano una forte coesione di tipo parentale o territoriale. I fis (clan familiari) assicurano continuità, disciplina e successione interna, offrendo un capitale fiduciario che le reti ex-jugoslave devono costruire di volta in volta. Proprio questa differenza spiega la maggiore resilienza dei clan albanesi nei contesti criminali europei e la loro capacità di stringere alleanze di lungo periodo con mafie italiane e reti iberiche.
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Avvertenza: Le immagini pubblicate riproducono estratti di comunicati attribuiti al Primeiro Comando da Capital (PCC) e a reti note come “Cartello dei Balcani”. Sono mostrate per interesse pubblico, con indicazione della fonte (Submundo Criminal) e senza alcun avallo del contenuto.
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