Questo articolo nasce da una conversazione informale con una fonte che ha chiesto di restare anonima. I passaggi riportati sono stati trattati con distanza critica e, dove possibile, confrontati con dati pubblici e casi documentati. L’obiettivo non è certificare una versione, ma usare questa chiacchierata come traccia per leggere un mercato illecito complesso e indicare ciò che, ad oggi, continua a sottrarsi alla verifica.
Il nostro interlocutore, che mantiene contatti diretti con operatori del mercato all’ingrosso della cocaina in Europa, ha condiviso con questo blog alcune valutazioni su una trasformazione in corso nel narcotraffico continentale, spinta soprattutto dalla dinamica dei prezzi. Secondo quanto riferito, il prezzo all’ingrosso starebbe diminuendo in modo marcato, abbassando la soglia d’ingresso per attori criminali che fino a pochi anni fa operavano su altri mercati.
"Il prezzo al chilo oscilla oggi tra i 13.000 e i 15.000 euro, con partite che si trovano anche a 11.000 euro", afferma. "Questo ha cambiato tutto. Gruppi che prima lavoravano solo con l'hashish, soprattutto quelli marocchini, ora possono entrare nel business della cocaina. Non hanno la stessa capacità finanziaria della 'Ndrangheta o degli albanesi, ma i prezzi bassi glielo permettono".
A suo avviso, il porto di Malaga è uno dei nuovi punti di ingresso privilegiati per questi traffici. L'abbassamento dei prezzi, secondo la sua analisi, non deriva da una maggiore disponibilità di capitali tra i gruppi marocchini, ma da una vera e propria invasione di cocaina sul mercato europeo causata dall'iperproduzione in Sud America: "C'è troppa coca in giro", spiega. "E quando c'è troppa offerta, i prezzi scendono. È economia di base".
Infine, avanza anche un'ipotesi sul comportamento delle autorità. Secondo la sua lettura, organismi come Europol, DEA e le diverse forze di polizia nazionali starebbero deliberatamente lasciando passare numerosi carichi per monitorare le reti, accumulare informazioni e intervenire solo dopo aver mappato l'intera catena: "È una strategia", sostiene. "Lasciano passare per vedere dove va, chi la prende, come si muove il denaro. Poi li arrestano tutti insieme".
Nonostante quanto affermato dal nostro interlocutore, esiste una discrepanza significativa tra quanto da lui affermato e i dati raccolti dalle principali agenzie antidroga internazionali. Documenti ufficiali dell'EUDA/EMCDDA (Agenzia dell’Unione Europea sulle droghe), dell'UNODC delle Nazioni Unite e di Europol dipingono un quadro dei prezzi sostanzialmente diverso.
Secondo i report EUDA/EMCDDA e UNODC, i prezzi della cocaina in Europa non possono essere sintetizzati in un’unica cifra valida per tutto il continente, perché variano sensibilmente per Paese, città e livello di mercato (ingrosso, intermedio, dettaglio), dipendendo, inoltre, anche da purezza e modalità di rilevazione. Nei dataset europei disponibili, i valori medi nazionali del prezzo all’ingrosso (per kg) si collocano nell’ordine di decine di migliaia di euro, con una forbice ampia tra minimi e massimi (ad esempio, in una sintesi riportata nei materiali EDR [European Drug Report], circa 27.200–46.000 €/kg per il periodo osservato), mentre a livello retail il prezzo risulta nel complesso stabile nell’ultimo decennio, a fronte di una purezza in aumento. All'estremo opposto, in mercati periferici del nord e dell'est Europa, i valori possono raggiungere i 60.000-70.000 euro per chilogrammo.
Ancora, le evidenze disponibili invitano alla cautela nel sintetizzare i prezzi europei in una cifra univoca. I valori variano sensibilmente per Paese e per livello di mercato (ingrosso, intermedio, dettaglio) e dipendono anche da purezza e metodologia di rilevazione. Nelle serie EUDA, il prezzo al dettaglio risulta nel complesso relativamente stabile nell’ultimo decennio, mentre la purezza è aumentata, contribuendo a una maggiore “accessibilità” economica del prodotto rispetto al passato.
In modo coerente, un’analisi EMCDDA–Europol ha stimato che, a parità di purezza, la cocaina è diventata circa il 38% più “abbordabile” tra 2015 e 2020. In questo quadro, la forbice tra gli 11.000–15.000 euro al chilo, riportati dal nostro interlocutore, e gli ordini di grandezza normalmente osservati nelle statistiche europee resta significativa e richiede un’interpretazione prudente: potrebbe riflettere condizioni locali, partite eccezionali, livello “di primo ingresso” o differenze qualitative non osservabili nei dati aggregati.
Infine, il Global Report on Cocaine 2023 dell'UNODC confermava che i prezzi all'ingrosso europei erano rimasti relativamente stabili dal 2015, con un lieve calo a partire dal 2016 dovuto all'espansione dell'offerta. Diversamente, la produzione di cocaina nei Paesi andini è in effetti più che raddoppiata tra il 2013 e il 2018, creando una situazione di abbondanza sul mercato. Tuttavia, questo incremento produttivo non si è tradotto nel crollo dei prezzi descritto dal nostro interlocutore.
Al netto di ogni discrepanza rintracciabile tra i dati qui riportati, è da sottolineare come egli occupi una posizione periferica ma informata all'interno del campo osservato. Il suo accesso alle informazioni deriva da una prossimità operativa al mercato: conoscenze dirette dei meccanismi di scambio, dei prezzi praticati in specifici segmenti e delle modalità con cui diversi gruppi si muovono lungo le rotte europee.
Questo tipo di accesso consente di cogliere dinamiche difficilmente osservabili attraverso i soli dati ufficiali, pur comportando anche limiti evidenti. Le cifre sui prezzi all'ingrosso da lui indicate divergono in modo significativo dalle stime medie ufficiali e non è possibile stabilire se riflettano mercati locali, transazioni eccezionali o una percezione parziale.
È possibile che si riferisca a transazioni molto specifiche, forse relative a partite particolarmente grandi nei porti di primo ingresso, dove effettivamente i prezzi tendono verso i limiti inferiori del range. Oppure potrebbe trattarsi di cocaina di purezza inferiore o di situazioni di mercato molto particolari e temporanee. Senza poter verificare direttamente le transazioni cui fa riferimento, occorre assumere la discrepanza come un elemento di incertezza all’interno di questo articolo.

(Foto: Porto di Malaga)
Ciò che invece trova piena conferma nei documenti investigativi è l'emergere del porto di Malaga quale nuovo corridoio strategico nel traffico di cocaina verso l'Europa. Le operazioni antidroga condotte tra il 2019 e il 2025 disegnano il ritratto di uno scalo che le organizzazioni criminali hanno deliberatamente scelto come alternativa ai porti tradizionali, troppo sorvegliati e saturi.
Il primo tentativo documentato risale al luglio 2019, quando un'operazione congiunta della Policía Nacional e dell'Agencia Tributaria intercettò otto chilogrammi di cocaina in un container proveniente da Santos, in Brasile, con scalo a Valencia e destinazione finale Malaga. La quantità relativamente piccola non era casuale. Secondo gli investigatori, si trattava di un carico di prova, inviato per testare la nuova rotta senza rischiare partite ingenti. L'operazione portò all'arresto di otto persone, tra cui cinque lavoratori del porto di Malaga che fornivano all'organizzazione l'accesso diretto alle aree container.
Il vero salto di qualità avvenne, però, nel febbraio del 2022, quando le autorità sequestrarono circa 750 chilogrammi di cocaina nascosti in un container di ananas tropicali proveniente da Cartagena de Indias, in Colombia. La droga non fu scoperta all’interno del porto, ma in un capannone nell'entroterra di Malaga, dove il container era stato trasportato dopo lo sdoganamento. Le indagini rivelarono che la rete criminale aveva costituito società di copertura in Spagna per importare frutta tropicale dal Sud America, creando un'infrastruttura stabile che copriva vari porti spagnoli.
Il dettaglio più rivelatore emerse dall'analisi dei movimenti precedenti. Nei mesi precedenti il sequestro erano già arrivati due container di merce lecita allo scalo di Malaga, trasferiti poi in un impianto di smaltimento a Molina de Segura senza alcuna droga a bordo. Gli investigatori interpretarono questi viaggi come spedizioni-test, inviate per verificare la rotta e studiare la reazione delle autorità prima di rischiare un carico reale di stupefacente. Solo al terzo tentativo la rete importò le cassette di ananas imbottite di cocaina. Furono arrestate cinque persone di diverse nazionalità, mentre un sesto sospettato riuscì a fuggire.
Nel quadro dell’Operazione Perdidos/Oliva/Sol, nel mese di settembre 2023, le autorità individuarono un container sospetto proveniente dal Sud America, sorvegliando discretamente l'area portuale per cogliere sul fatto coloro che erano stati incaricati di recuperarla. Questi, accortisi della vigilanza, desistettero all'ultimo momento. Quando gli agenti aprirono il container, scoprirono 430 chilogrammi di cocaina del valore stimato di oltre venti milioni di euro. Questo sequestro fornì la prova definitiva dell'esistenza di una cellula di lavoratori portuali corrotti specializzati nel metodo del gancho ciego, tecnica che consiste nell'aprire container già ispezionati, introdurre la droga e richiuderli con sigilli doganali falsificati.
L'aumentata pressione investigativa costrinse le organizzazioni criminali a modificare ancora una volta le proprie tecniche. Tra la fine del 2023 e il 2024, in almeno due occasioni, si registrarono tentativi di recuperare i carichi non più dai container in banchina, ma tramite torpedos subacquei agganciati agli scafi delle navi portacontainer ormeggiate a Malaga. Il metodo prevedeva che subacquei o operatori portuali compiacenti estraessero i contenitori stagni pieni di droga fissati sotto la linea di galleggiamento. In entrambi i casi, il dispositivo di sicurezza dispiegato dalla Guardia Civil frustrò i tentativi.
Il 30 ottobre 2024, nell’ambito dell’operazione poco sopra citata, furono arrestate sette persone: quattro lavoratori del porto di Malaga, un impiegato di una ditta di servizi portuali e due individui legati alla logistica e al riciclaggio dei proventi. Le perquisizioni portarono al sequestro di attrezzature da immersione e strumenti specializzati per recuperare i contenitori subacquei. L'operazione confermò un livello di infiltrazione criminale nel porto di Malaga, che andava ben oltre singoli episodi isolati.
Infine, nel luglio 2025, la Guardia Civil intercettò in alto mare, a circa quaranta miglia dalla baia di Cadice, una nave portacontainer in rotta da Vigo a Malaga. In quell’occasione, gli investigatori sospettarono la presenza di clandestini infiltrati a bordo con il compito di aprire un container durante la navigazione e trasferire la droga su un'imbarcazione più piccola prima dell'arrivo in porto. La nave fu scortata a Cadice e sul ponte superiore furono rinvenuti trentotto panetti di cocaina per un peso totale di circa 1.300 chilogrammi.
Dal punto di vista investigativo, la rilevanza di Malaga non sembra risiedere tanto nei volumi assoluti quanto nella frequenza dei tentativi e nel livello di infiltrazione documentato. Malaga emerge come uno snodo relativamente recente, il cui ruolo è venuto consolidandosi a partire dal 2019 attraverso una sequenza di operazioni ben documentate a livello di fonti ufficiali e cronache giudiziarie.
Le tecniche utilizzate – dal gancho ciego ai contenitori subacquei – rientrano in un repertorio operativo già visto in altri porti europei, pertanto, la loro presenza qui indica che gli attori coinvolti dispongono di competenze e procedure già sperimentate altrove.
In conclusione, Malaga sembra inserirsi in una strategia più ampia di diversificazione delle rotte, resa possibile dall’aumento dei flussi commerciali leciti e dalla crescente pressione repressiva su scali storicamente più esposti, come Algeciras e Valencia.
(Video: 6,5 tonnellate di cocaina trovate nascoste in Colombia e in Spagna)
In accordo con quanto sostenuto dal nostro interlocutore, va detto che operazioni investigative concluse tra il 2015 e il 2025 hanno rivelato come le reti criminali di origine marocchina abbiano effettivamente ampliato il loro raggio d'azione dal tradizionale traffico di hashish al più redditizio mercato della cocaina. Tuttavia, questo ingresso non appare così recente come suggerito dalla fonte. Le prime operazioni che documentano il coinvolgimento di gruppi marocchini nel narcotraffico di cocaina risalgono almeno al 2015, suggerendo, quindi, un processo evolutivo più graduale.
I casi analizzati mostrano una pluralità di funzioni svolte da queste reti. In alcuni contesti esse agiscono come broker, facilitando il contatto tra produttori sudamericani e acquirenti europei, mentre in altri operano come specialisti logistici, gestendo il transito via container, lo stoccaggio temporaneo o il recupero della droga nei porti attraverso tecniche di rip-off. In diversi procedimenti, inoltre, sono emerse forme di cooperazione stabile con organizzazioni criminali di altre nazionalità, in assetti che appaiono flessibili e orientati all'efficienza piuttosto che a un controllo territoriale rigido.
Il caso più significativo dal punto di vista giudiziario è sicuramente il processo Marengo, concluso nel 2024 nei Paesi Bassi con la condanna all'ergastolo di Ridouan Taghi, leader della cosiddetta Mocro Maffia, insieme ad altri due membri dell'organizzazione. La rete gestiva importazioni massicce di cocaina via container nei porti di Anversa e Rotterdam, corrompendo doganieri con somme documentate fino a centomila euro per deviare i container verso zone franche dove estrarre la droga indisturbati. L'organizzazione era nota per la violenza estrema, con decine di omicidi commessi per mantenere il controllo del mercato e silenziare possibili informatori.
In Marocco, il 2 ottobre 2017 un maxi-sequestro condotto dal BCIJ (Bureau Central d’Investigations Judiciaires), in coordinamento con la DGSN (Direction Générale de la Sûreté Nationale), portò alla confisca di 2,588 tonnellate di cocaina, indicata come record nazionale. Lo stupefacente era occultato in parte in un veicolo immatricolato all’estero e in parte in una fattoria lungo la strada costiera tra Témara e Skhirat; ulteriori quantità furono individuate nei pressi di Oued Cherrat (provincia di Bouznika) e a Nador. Nell’operazione furono arrestate 10 persone, sospettate di far parte di una rete di traffico internazionale.
Ancora, nel dicembre 2018, il BCIJ sventò un’operazione di importazione di circa una tonnellata di cocaina, sbarcata su una spiaggia nei pressi di El Jadida. La filiera logistica prevedeva l’impiego di navi mercantili per il trasporto transoceanico e un trasbordo nave-a-nave in alto mare (ship-to-ship / STS) su un peschereccio, seguito dallo sbarco sulla costa marocchina e dal trasferimento nell’entroterra mediante camion camuffati da mezzi per il trasporto di verdure. Sette persone furono arrestate, incluso il capo marocchino dell'organizzazione.
Nel 2021, nel porto di Tanger Med furono sequestrate 1,335 tonnellate di cocaina nascoste in container destinati ad Anversa e Portbury, nel Regno Unito. Il caso evidenziò l'evoluzione del Nord Africa come piattaforma di transito, dove i carichi provenienti dall'Atlantico sono smistati verso l'Europa, inserendo uno scalo intermedio per eludere i controlli nei porti di destinazione finale.
In Italia, l'Operazione Tajine, condotta nel 2017 dalla Squadra Mobile di Lecce, portò all'arresto di otto persone appartenenti a un network italo-marocchino che mediava l'importazione di hashish dal Marocco via Spagna e collaborava con contatti calabresi per il traffico di cocaina, con distribuzione locale nel Salento.
Al 2019, risale l’Operazione Carthago coordinata dalla Guardia di Finanza di Trento, che smantellò due organizzazioni miste nordafricane-italiane che gestivano l'importazione di oltre una tonnellata di hashish e due chilogrammi di cocaina dal Marocco via Spagna e Svizzera, con distribuzione in diverse regioni italiane.
I dati dell'EMCDDA e dell'UNODC confermano che il Marocco concentra oltre l'ottanta per cento dei sequestri nordafricani di cocaina, con 1,5 tonnellate su 1,8 tonnellate totali intercettate nella regione nel 2019. Il Benelux costituisce il fulcro del mercato europeo controllato da queste reti, con Anversa e Rotterdam che hanno registrato rispettivamente 65,6 e 41 tonnellate di sequestri nel 2020.
La consistente presenza diasporica marocchina in Belgio e Paesi Bassi, sviluppatasi a partire dai flussi migratori degli anni Sessanta e Settanta, ha costituito nel tempo un bacino di manovalanza locale e di coperture logistiche sfruttabile dalle organizzazioni criminali.
Un elemento centrale che emerge è tuttavia l’assenza di una struttura unitaria. In altre parole, non siamo di fronte ad una “mafia marocchina” nel senso classico del termine, ma piuttosto ad un insieme di reti reticolari, spesso costruite attorno a singoli leader e caratterizzate da un’elevata capacità di adattamento alle opportunità di mercato. Questa configurazione frammentata rende più complessa tanto l’analisi investigativa quanto l’azione repressiva.
(Video: Documentario sul processo Marengo)
Avviandoci alla conclusione, possiamo tirare le fila di quanto fin qui osservato, riconoscendo la giustezza della tesi secondo la quale il mercato europeo della cocaina si troverebbe in una fase di trasformazione, ma tale trasformazione appare ben più sfumata di quanto riferito dal nostro interlocutore.
I gruppi criminali di origine marocchina sono effettivamente presenti e attivi nel narcotraffico transatlantico, con ruoli che spaziano dal brokeraggio internazionale alla logistica portuale come pure dalla corruzione di funzionari alla distribuzione finale. Ciononostante, il loro coinvolgimento non è recente, come mostra l’esistenza di operazioni documentate risalenti almeno a un decennio fa.
La discrepanza sostanziale tra i prezzi citati dalla fonte e quelli documentati dalle agenzie internazionali solleva vari interrogativi, in particolare quello concernente la possibile esistenza di segmenti di mercato paralleli non catturati dalle statistiche ufficiali. Ciò che invece trova piena conferma è l'emergere di Malaga come nuovo corridoio del narcotraffico, parte di una strategia criminale più ampia di diversificazione delle rotte in risposta all'intensificazione dei controlli nei porti tradizionali.
Entro questo quadro, le reti marocchine operano quali intermediari con competenze logistiche avanzate in partnership strutturate con la 'Ndrangheta calabrese, i clan albanesi e direttamente con le organizzazioni criminali sudamericane. Il panorama del narcotraffico europeo sembra essere caratterizzato, quindi, da rodati meccanismi di interconnessione piuttosto che da competizione frontale, con alleanze fluide e pragmatiche che richiedono risposte investigative altrettanto coordinate a livello transnazionale.
Da ultimo, possiamo dire che la testimonianza della nostra fonte all’inizio di questo articolo risulta preziosa, perché consente di osservare il traffico di cocaina da una prospettiva non comune: quella delle percezioni operative che circolano all'interno del mercato. Pur limitandosi a specifici segmenti, il suo racconto ha rivelato segnali di adattamento, quali l'ingresso di nuovi attori, la ricerca di porti alternativi e la sensazione di un'offerta abbondante. Uno sguardo interno che permette di cogliere movimenti preliminari, i quali, spesso, sono antecedenti alla loro cristallizzazione in procedimenti giudiziari o sequestri da parte dell’autorità pubblica.
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Credit Photo: Sur in English, Wikipedia, Europol, Crime World.
Un’analisi sulle trasformazioni del mercato europeo della cocaina, basata sul confronto tra una fonte confidenziale, dati ufficiali EUDA/EMCDDA, UNODC ed Europol e documentazione giudiziaria.
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